Nel quadro delle novità previdenziali introdotte dalla manovra 2026, che prevede l’aumento graduale dell’età pensionabile e la cancellazione di misure come Quota 103 e Opzione Donna, esiste uno strumento poco conosciuto che può consentire di ottenere una pensione più alta, soprattutto in presenza di redditi bassi negli ultimi anni di lavoro. Si tratta della neutralizzazione dei contributi, un meccanismo riconosciuto dalla giurisprudenza e applicabile su richiesta all’INPS.
COS’È LA NEUTRALIZZAZIONE DEI CONTRIBUTI
La neutralizzazione dei contributi consente di escludere dal calcolo della pensione alcuni periodi contributivi penalizzanti, caratterizzati da stipendi ridotti, lavoro part-time o fasi di progressiva uscita dal mercato del lavoro. Il principio è stato introdotto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 82 del 2017, che ha riconosciuto il diritto a non subire una riduzione dell’assegno a causa di contributi versati dopo la maturazione dei requisiti minimi per la pensione di vecchiaia.
Successivamente, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 30803 del 2024 ha esteso questo diritto anche a chi è andato in pensione anticipata e raggiunge successivamente i 67 anni, ampliando in modo significativo la platea dei beneficiari.
QUANDO SI APPLICA IL RICALCOLO DELLA PENSIONE
La neutralizzazione può essere applicata solo alle pensioni che includono una quota calcolata con il metodo retributivo, cioè quelle in cui l’importo dipende dalla media delle retribuzioni degli ultimi anni di carriera. In presenza di un calo del reddito nella fase finale dell’attività lavorativa, questi periodi possono incidere negativamente sull’assegno mensile.
Il ricalcolo consente di eliminare dal conteggio i contributi versati dopo il raggiungimento del diritto alla pensione di vecchiaia, che si matura con almeno 20 anni di contributi. La richiesta può essere presentata solo dopo il compimento dei 67 anni, anche se il pensionamento è avvenuto in anticipo.
CHI PUÒ BENEFICIARNE E QUALI SONO GLI EFFETTI
Possono accedere alla neutralizzazione i pensionati che hanno almeno una quota retributiva, coloro che sono usciti con la pensione anticipata e raggiungono successivamente l’età per la vecchiaia, e chi ha avuto contributi penalizzanti negli ultimi cinque anni di carriera.
Un esempio chiarisce l’impatto della misura. Un lavoratore con 38 anni di contributi e una retribuzione annua di 40 mila euro lordi percepisce una pensione di circa 2.000 euro mensili. Se decide di proseguire l’attività per tre anni con un part-time da 20 mila euro, l’assegno scende a 1.900 euro. Con la neutralizzazione, i tre anni a reddito ridotto vengono esclusi dal calcolo e l’importo torna a 2.000 euro mensili.
PROCEDURA E LIMITI DELLA MISURA
Per ottenere il ricalcolo è necessario presentare all’INPS una domanda di ricostituzione della pensione, indicando la volontà di neutralizzare i periodi contributivi sfavorevoli. Alla richiesta devono essere allegati documenti come buste paga, certificazioni di disoccupazione o attestazioni relative a periodi di lavoro a reddito ridotto.
La ricostituzione ha effetto dalla decorrenza della pensione, con riconoscimento degli arretrati, nei limiti della prescrizione. Restano però alcune esclusioni: la neutralizzazione non si applica alle pensioni interamente contributive, perché manca una media retributiva da ricalcolare, né ai contributi da riscatto della laurea, considerati una scelta volontaria effettuata all’inizio della carriera lavorativa.
La misura riguarda infine solo i contributi figurativi o non necessari negli ultimi cinque anni, fino a un massimo di 260 settimane consecutive, come chiarito dalla giurisprudenza costituzionale.
