Mentre la manovra 2026 prevede un progressivo innalzamento dell’età pensionabile di tre mesi ogni biennio a partire dal 2028 e l’uscita di scena di Quota 103 e Opzione Donna, esiste uno strumento poco conosciuto che può consentire ad alcuni pensionati di aumentare l’importo dell’assegno mensile. Si tratta della neutralizzazione dei contributi, un meccanismo che permette di escludere dal calcolo pensionistico gli anni con retribuzioni più basse, evitando che penalizzino l’importo finale.
Lo strumento nasce da un principio affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 82 del 2017 ed è stato successivamente ampliato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 30803 del 2024, che ne ha esteso l’applicazione anche ai pensionati anticipati al compimento dei 67 anni.
QUANDO SI APPLICA LA NEUTRALIZZAZIONE
La neutralizzazione dei contributi consente di ricalcolare la pensione eliminando i periodi contributivi sfavorevoli, cioè quelli che abbassano la media retributiva utilizzata per il calcolo dell’assegno. Il meccanismo riguarda esclusivamente le pensioni calcolate con il metodo retributivo o misto, dove l’importo dipende dalla media delle retribuzioni degli ultimi anni di carriera.
Un lavoratore che, ad esempio, negli ultimi cinque anni abbia subito un calo significativo dello stipendio può chiedere all’INPS di escludere quei contributi dal conteggio. La sentenza della Cassazione del 2024 ha chiarito che il diritto spetta anche a chi è andato in pensione anticipata, ma la domanda può essere presentata solo dopo il compimento dei 67 anni.
I contributi neutralizzabili sono quelli versati dopo la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, quindi dopo almeno 20 anni di contribuzione, se non risultano necessari ai fini del diritto stesso.
CHI PUÒ BENEFICIARNE E COME FUNZIONA
La neutralizzazione è riservata a tre categorie di lavoratori. La prima comprende chi percepisce una pensione con almeno una quota calcolata con il sistema retributivo. La seconda riguarda chi ha ottenuto la pensione anticipata e raggiunge successivamente i 67 anni di età. La terza include chi ha periodi contributivi penalizzanti negli ultimi cinque anni di carriera.
Un esempio chiarisce il funzionamento: un lavoratore di 67 anni con 38 anni di contributi e una retribuzione media di 40 mila euro lordi annui riceve una pensione di circa 2.000 euro mensili. Se decide di lavorare altri tre anni con un part-time da 20 mila euro, l’assegno scende a circa 1.900 euro. Con la neutralizzazione, quei tre anni a reddito ridotto vengono esclusi dal calcolo e la pensione torna a 2.000 euro.
PROCEDURA E LIMITI DELLA MISURA
Per ottenere il ricalcolo, il pensionato deve presentare all’INPS una domanda di ricostituzione della pensione, indicando espressamente la volontà di neutralizzare i periodi contributivi sfavorevoli. Alla richiesta vanno allegati documenti come buste paga, attestazioni di disoccupazione o certificazioni relative a periodi di reddito ridotto.
La ricostituzione produce effetti dalla decorrenza della pensione, con possibilità di ottenere arretrati nei limiti della prescrizione. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha precisato nel 2022 che la neutralizzazione riguarda solo contributi figurativi o non necessari maturati negli ultimi cinque anni, fino a un massimo di 260 settimane consecutive.
Restano esclusi i lavoratori con pensione interamente contributiva, poiché manca una media retributiva da correggere, così come i contributi da riscatto della laurea, considerati una scelta volontaria e strategica collocata all’inizio della carriera lavorativa.
